Un angolo di Ravello e la sua ricca storia

“Credesi che la marina da Reggio a Gaeta sia quasi la più dilettevole parte d’Italia; nella quale assai presso a Salerno è una costa sopra ‘l mare riguardante, la quale gli abitanti chiamano la costa d’Amalfi, piena di picciole città, di giardini e di fontane, e d’uomini ricchi e procaccianti in atto di mercatantia, sì come alcuni d’altri. Tra le quali cittadette n’è una chiamata Ravello, nella quale, come che oggi v’abbia di ricchi uomini, ve n’ebbe già uno il quale fu ricchissimo, chiamato Landolfo Rufolo”.

Con tale descrizione geo-storica Giovanni Boccaccio apre la IV novella della II giornata del Decamerone, esaltando la Costa d’Amalfi e Ravello, nonché le imprese marinare del suo illustre figlio Landolfo (Lorenzo) Rufolo.

Questa piccola città “a mezza costa” si costituì grazie all’aggregazione di sparsi casali rurali e collinari nel corso del secolo XI; in particolare, nel 1086 le fu riconosciuto il titolo di civitas, nella circostanza dell’elevazione della sua Chiesa al rango episcopale autocefalo. Il riconoscimento, voluto fortemente dai normanni del Meridione, ebbe, quale suo riscontro urbano, una forma urbis dichiaratamente d’impostazione normanna, con la cattedrale al centro dell’abitato, a sua volta racchiuso in una possente cinta muraria e protetto da valide fortificazioni a settentrione e a meridione.

La civitas hominum che volle questo sviluppo in senso urbano era in gran parte costituita da un’emergente aristocrazia mercantile, la quale già da più di un secolo aveva sagacemente stabilito proficui rapporti commerciali con le terre di Puglia, dove aveva formato insediamenti stabili sotto la forma di “colonie virtuali”, che si amministravano secondo le consuetudini della madrepatria. Questa nuova aristocrazia del ducato di Amalfi si trasformò ben presto in una consorteria di capitalisti, sempre pronti ad investire i propri capitali nelle società marittime costituite con gli amalfitani, che prevedevano commerci con la Sicilia normanna, l’Oriente bizantino, l’Africa araba e i porti dell’Adriatico.

L’aristocrazia dei domini ravellesi formò un attivo patriziato urbano, che collaborò in prima linea con la politica regnicola di Ruggero II e restò fedele fino all’ultimo alla causa normanna nel Meridione d’Italia, al punto da subire le conseguenze della repressione di Enrico VI di Hohenstaufen, che nel 1195 obbligò Ravello al pagamento di esagerate imposte alla corona. Ad ogni modo, essi si integrarono facilmente nel nuovo assetto politico svevo, favoriti dalle loro peculiari capacità di maestri zecchieri e di assaggiatori di monete, per cui Federico II affidò loro la direzione e la gestione delle zecche di Brindisi e di Messina. L’intera Puglia passò sotto il loro controllo: finanze, attività economiche, giustizia e marineria di quella regione videro allora la presenza attiva dei ravellesi. Gli angioini ufficializzarono poi la nobiltà ravellese mediante l’istituzione del sedile dei nobili a Ravello e l’attribuzione di titoli nobiliari, di feudi e di incarichi regnicoli ai principali esponenti di quel patriziato.

Tra l’età sveva e il periodo angioino Ravello raggiunse il suo massimo splendore nei settori politico-amministrativo, sociale, economico, artistico-architettonico ed urbanistico. Allo scorrere del XII secolo la città conteneva almeno 2600 abitanti, una cifra di un certo interesse nel sistema demografico della penisola italica di quel tempo. In quegli anni lo sviluppo urbano raggiunse la sua massima espansione, dal fortilizio di Fratta sul Monte Brusara alle torri dell’ex-castello di Sopramonte (oggi Civita). Il centro urbano fu distinto in sette rioni, mentre al di fuori della cinta muraria erano dislocati almeno cinque casali collinari e marittimi.

Il potere politico e ammnistrativo in epoca angioina risiedeva in due distinte sedi: accanto alla cattedrale e all’inizo del rione Toro vi era il seggio dei nobili; nell’unica piazza pubblica della città si trovava il sedile del popolo.

Questa piazza è documentata sin dagli inizi del XII secolo col nome di Platea S. Adiutorii, dall’intitolazione di una chiesa ivi collocata, dedicata al santo vescovo Adiutore, ancora oggi venerato a Cava de’ Tirreni.

Si giungeva, in epoca medievale, a quella piazza provenendo dalla cattedrale attraverso la via pubblica del rione Toro, la quale, all’altezza della Turris Magna (oggi Belvedere) e dell’hospitium domorum dei d’Afflitto (odierno Albergo Caruso), girava intorno alla base della suddetta fortezza, lambendo la chiesa di S. Margherita de Grisonibus e passando per l’accesso urbico denominato Porta Platee.

Le delimitazioni della Platea S. Adiutorii erano contrassegnate dagli edifici della nobile stirpe dei Rogadeo, una delle prime famiglie aristocratiche della città in età normanno-sveva. Si trattava innanzitutto di un grosso tenimentum domorum ubicato nel settore nord-orientale della piazza, praticamente all’inizio della via pubblica che tuttora attraversa il rione Lacco. Il complesso, alto tre piani, possedeva in quello inferiore, sottostante alla strada, un gruppo di botteghe, nelle quali la ricca e doviziosa famiglia vendeva prodotti dell’artigianato locale relativo alla tessitura e merci introdotte dall’Oriente. Si trattava, pertanto, di una vera e propria casa-azienda o casa-bottega. Il testamento di Orso Rogadeo, dettato nel 1170, pronipote del secondo vescovo della diocesi, Costantino, che commissionò il celebre ambone della cattedrale nei primissimi anni di quel secolo, prova la consistenza economica e finanziaria del casato, che aveva interessi commerciali in Puglia.

Altre botteghe dei Rogadeo erano distribuite lungo i margini orientali ed occidentali della piazza, organizzate anche con l’appandata, cioè l’apparato di tende che faceva ombra al banco di vendita e lo proteggeva anche dalla pioggia. In particolare, la bottega ravellese era formata da un edificio alto due piani collegati tra di loro mediante una camminata, cioè un ambulacro in fabbrica per l’accesso al livello superiore da quello inferiore utilizzato soprattutto come deposito.

La Platea S. Adiutorii era in diretta comunicazione con la Ruga, un’arteria principale che attraversava la città da sud a nord, raggiungendo dapprima la Porta del Lacco e poi la Porta di S. Martino.

Non distante da tale piazza sorgevano la chiesa e l’ospedale di S. Angelo, di cui restano evidenti vestigia; questo nosocomio risulta essere, allo stato delle conoscenze, il più antico del ducato amalfitano, fondato dalla nobile famiglia ravellese dei Frezza ed attestato sin dal 1170.

Sul lato orientale della piazza esistevano, attaccate a quella di S. Adiutore, le chiese di S. Elia Profeta, documentata dal 1231, e di S. Pantaleone da Nicomedia Medico e Martire, presente almeno dal 1138, con antistante porticato decorato mediante pietre gialle e nere di tufo. Non è da escludere che in quest’ultima fosse stata custodita la sacra reliquia del sangue del santo, portata da Bisanzio o da qualche altra città dell’impero d’Oriente nel corso della prima metà del XII secolo da mercanti-navigatori ravellesi, come, ad esempio, Leone da Turano, che prima del 1159 aveva ricevuto dalla corte imperiale l’aulico titolo di “patrizio”, attribuito già nel 1099 al suo concittadino Giovanni Tramontano detto “Rabella” e a tutti coloro che prestavano servigi di natura politica alla causa bizantina.

Nel 1288 le chiese di S. Pantaleone, S. Elia e S. Adiutore furono concesse dal vescovo e dal capitolo di Ravello agli eremiti agostiniani, i quali fondarono ivi il monastero di S. Agostino, il cui cortile porticato, coperto con volte a vela rinascimentali sostenute da archi a tutto sesto, è tuttora evidente nel contesto dell’Albergo vicino al Bonadies, collocato immediatamente a meridione del sito dei suddetti edifici religiosi. Nel corso del XIV secolo la chiesa monastica dedicata a S. Agostino, realizzata a seguito dell’unione dei predetti luoghi di culto e ancora oggi esistente in quella piazza, conteneva la cappella di S. Maria de Caritate. Nella chiesa parrocchiale conventuale di S. Agostino della Platea S. Adiutorii si riuniva, nel corso del XVI secolo, l’Universitas hominum Ravellensium, l’amministrazione pubblica della città.

A seguito della soppressione della chiesa di S. Pantaleone della Platea S. Adiutorii l’ampolla col sangue del martire sarebbe stata portata in cattedrale; il miracolo della liquefazione e i suoi interventi taumaturgici fecero assurgere il santo di Nicomedia a nume tutelare del popolo ravellese e della sua città.

Nei secoli successivi la sezione meridionale del tenimentum domorum dei Rogadeo e l’area occupata un tempo dalle chiese di S. Elia e S. Pantaleone entrarono a far parte di costruzioni di Età Moderna, come dimostrano alcune labili tracce architettoniche visibili attraverso le superfetazioni dell’odierno Albergo Bonadies. Tale struttura ricettiva risulta essere una delle prime organizzate per accogliere i prototuristi che giungevano sempre più numerosi nella Costa d’Amalfi, a partire dai viaggiatori del Grand Tour della prima parte dell’Ottocento; infatti essa era attiva come locanda verso l’ultimo quarto di quel secolo, preceduta in ordine di tempo dagli alberghi-conventi di Amalfi, il “Cappuccini” prima e il “Luna” poi.

In quel tempo Ravello veniva riscoperta sull’onda del romanticismo rivalutatore del Medioevo. Là giunse, a dorso d’asino, Richard Wagner con la sua consorte nel 1880, la quale registrò puntualmente nel suo diario: “ Mercoledì 26. Colazione serena e cavalcata su a Ravello, bella al di là di ogni descrizione. A Ravello trovato il giardino di Klingsor”.

Là si recò Ferdinand Gregorovius nel 1861 per contemplare la splendida paradisiaca visione d’azzurro infinito: “ Si gode di là la vista dell’ampiezza del mare, delle coste delle Calabrie con le cime dei loro monti coperte di neve, dell’imponente punta di Conca e del bel Capo d’Orso…Nel contemplare da quegli orti di Armida, fra le rose e le ortensie, il mare magico nel quale si riflette l’azzurra tinta di un cielo limpidissimo, nasce il desiderio di poter volare “. Riconobbe tra le antiche pietre di Ravello la sua passata opulenza: “ Raggiungemmo quindi l’antica Ravello e ci trovammo tutto ad un tratto in una città moresca, con torri e case di stile arabo, fabbricata di tufo nero solitaria e tranquilla, abbandonata, quasi morta, sopra una verde pendice del monte. Si direbbe che è segregata da tutto il resto del mondo…Trovai in Ravello maggiori avanzi di architettura moresca che in Palermo stessa”.

Di quella città moresca egli di certo potè anche ammirare la celebre fontana, affiancata da due leoni marmorei, che fu collocata al centro della Platea S. Adiutorii e che ne modificò l’appellativo toponomastico in “Piazza Fontana”.

Un giorno del febbraio 1890 giunse a Ravello, anch’egli “a dorso di asinello” e in compagnia della sua consorte, come scrive Ulisse di Palma, l’artista danese Peder Severin Kroner: trovò accoglienza ed ispirazione per le sue opere nella locanda di Andrea Bonadies, la cui cortese ospitalità dovette non poco “impressionare” quel pittore impressionista, tanto da fargli prolungare, con la scusa della malattia contratta dalla moglie, per alcuni mesi il suo soggiorno ravellese.

Ancora oggi un altro Andrea, discendente diretto del locandiere ottocentesco e valente continuatore della sua ospitale opera, accoglie con garbo e gentilezza viaggiatori più noti e meno noti, facendo gustare la tradizionale cucina degli avi e raccontando loro, con un pizzico di giustificato orgoglio, la storia della sua famiglia e le bellezze artistiche ed architettoniche della sua Ravello.

Giuseppe Gargano

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